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Anno: 2017

Evento: Pellegrinaggio della comunità di Vicenza a Medjugorje

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Lettera pastorale di Sua Beatitutine LUCIAN, Arcivescovo Maggiore della Chiesa Romena Unita, alla Festa della Resurrezione del Signore

Lettera pastorale di Sua Beatitutine LUCIAN, Arcivescovo Maggiore della Chiesa Romena Unita, alla Festa della Resurrezione del Signore

Lucian, per misericordia del buon Dio, Arcivescovo Maggiore, al Venerabile clero concelebrante, ai pii monaci e monache, ai cari fedeli greco-cattolici ed a tutti i cristiani che amano Dio.
          
La grazia e la pace di Cristo nostro Signore risorto dai morti!
          
Anche quest’anno andiamo incontro alla gloriosa festa di Pasqua con l’anima piena di gioia e con la pace spirituale che arreca speranza, cantando assieme alla Chiesa:
“Vedendo la Tua Resurrezione, o Cristo, ci inchiniamo al Santo Signore Gesù, il solo senza peccato. Ci inchiniamo davanti alla Tua Croce, o Cristo e lodiamo la Tua santa Resurrezione, perché Tu sei il nostro Dio, all’infuori di Te altri non ne conosciamo perché Tu sei il Signore nostro, all’infuori di Te non ne conosciamo altri, invochiamo il Tuo nome. Venite, fedeli tutti, a venerare la Santa Croce di Cristo”. (Catavasia della Resurrezione)
In quest’importante Festa, miei amatissimi, ci troviamo tutti assieme nella Chiesa per lodare l’opera misteriosa di Dio, che ha fatto risorgere Suo Figlio dai morti e per essere in comunione con il mondo celeste che illumina la nostra vita di fedeli. Siamo così sotto la guida della luce che ci accompagna all’incontro con Dio, in questo nostro stare assieme nella sinassi liturgica, caratterizzata dalla gioia per Colui che ha sconfitto il male, il peccato e la morte.
“È festa sui campi e nei cuori è festa,
risorgono i fili d’erba sotto la pioggia dei raggi di sole,
è la Pasqua bella e nella natura il loro suono percorre,
La campanella fa oscillare le giunture secche.
Venite voi tutti che soffrite e piangete sotto la larga estesa azzurra.
Venite, venite perché presto si desta il vostro regno. (Octavian Goga, dalla poesia È festa).
Con questi inviti alla gloria, sgorgati dall’atmosfera della festa con il desiderio di gustare pienamente il significato della Resurrezione del Signore, desidererei, amati fedeli, che assieme percorressimo in un itinerario spirituale la testimonianza della Sacra Scrittura che si riferisce alla Resurrezione così come è riferita al Capitolo XX da San Giovanni nel Suo Vangelo.
La fede è un’ancora forte della vita dell’uomo, che lo sostiene, illumina e lo trasforma in un modo rinnovato d’essere, di pensare e di sentire. Senza la fede, l’uomo è più povero spiritualmente più solo e straniero e l’orizzonte della sua vita si stende solo fino alla tomba.
Secondo la testimonianza della Scrittura, Gesù è stato crocifisso sulla Croce, avvolto in una sindone e posto nella tomba. Questa è l’esperienza comune a tutti gli uomini, assaporare la morte come un destino a cui egli non può sottrarsi. All’entrata della tomba di Gesù fu posto un grande masso che chiudeva per sempre il sepolcro ed assieme ad esso la vita esemplare vissuta dal Salvatore. Anche se era nella tomba, i fatti,gli insegnamenti ed i consigli di Gesù non morirono assieme a Lui, ma rimasero nel cuore degli Apostoli e di coloro che l’avevano conosciuto ed accompagnato, come il ricordo di una persona amata rimane nel nostro cuore almeno fino a quando viviamo. Il ricordo più vivo di una persona è l’amore che si intreccia nell’aroma del sublime volto ideale di colui che abbiamo conosciuto. Diviene il legame che unisce le persone e che neppure la morte separa, in quanto separa solo i loro corpi esanimi.
Partendo da questa esperienza comune della natura umana, vediamo come Maria Maddalena vada di buon mattino presso la tomba di Gesù, anche se era ancora buio, mossa dall’amore per il benefattore e vede la pietra sollevata dalla tomba. Una nuova pena ed anche il terrore dopo quello vissuto il venerdì Santo, chi mai avrà preso il Signore? Dove l’hanno messo? Le pene e le prove non paiono terminare mai e si moltiplicano e si amplificano nella misura in cui l’amore per Dio è più sincero e l’interesse per i propri simili è più grande. Che paradosso!
La stessa afflizione prende anche i due Apostoli di Gesù: Pietro e Giovanni, che al sentire la notizia fuggono anche loro alla tomba in una corsa fatta più con il cuore, come noi quando vogliamo convincerci, ma anche trovare la verità. L’amore ci spinge alla verità e la verità ci attira in una misura che supera la logica e dischiude la vita verso orizzonti nuovi percepiti solo dal cuore. Questa è la dinamica della fede che attira e nello stesso tempo realizza, infonde inquietudini e dà certezze, dà risposte e nel contempo le cela. Il Mistero di Dio rimane al di sopra della mente umana senza nascondersi nella sua totalità, ma ci si svela nella misura della nostra ricerca che l’uomo identifica con il bene, il bello e la verità.
L’Apostolo Giovanni giunge primo alla tomba, ma non entra, ma all’arrivo di Pietro, entra nella tomba e vede il sudario posto giù e il velo avvolto da una parte. Poi entra anche Giovanni e vide e credette ( v. 8) I due Apostoli non videro il Salvatore, ma solamente i segni della Sua morte, ma non si ricordarono della Scrittura e del fatto che la Resurrezione era annunziata, e ritornarono dai loro cari sconcertati, con interrogativi, ma anche edificati. Ma il più giovane degli Apostoli, che sapeva di essere amato dal Salvatore e che a sua volta lo amava, mettendo la sua vita a servizio di un ideale accanto a Gesù, vede i segni della morte abbandonati e crede. Non crede perché vede prima Gesù risorto, ma crede anche se non lo vede perché il cuore gli diceva più di quello che vedesse. L’amore e la fede sono complementari come il cuore e la mente che vede la gloria di Dio nelle Sue opere, sintetizzate nei versi del Canto Il celo ed il mare, tutto quello che in essi vi è, l’anima, l’orizzonte ed il mio cuore, tutte si inchinano al Creatore e rendono grazie al Signore”
La tomba è vuota, il luogo della morte si trasforma nel segno della vita, perché Dio è la Vita. Gli Apostoli si convincono della Resurrezione di Gesù, quando essendo chiusi per paura degli Ebrei, viene Gesù in mezzo a loro con il suo saluto. Pace a voi! Poi mostra loro le sue mani ed il suo costato , quale garanzia della sua identità. Ciò che vedono non è un’immagine e neppure una suggestione collettiva, ma è lo stesso Signore risorto dai morti. La Scrittura ci dice solo che essi si sono rallegrati, ma possiamo capire quello che sia successo al di là della naturale gioia. Quale trasformazione istantanea della mente che ha la certezza, dell’uomo che capisce il passato e che capisce anche se stesso in quella illuminazione sfolgorante del senso. Tutto si collega, dalla Parola della Scrittura alle promesse di Dio, alla vita personale con le sue attese ed il suo destino. Tutto assume senso alla luce della Resurrezione di Cristo, la vita e la morte, il bene ed il male, il dolore e la gioia. Da questo momento gli Apostoli possono annunziare e testimoniare ciò che è impossibile dal punto di vista umano, che il Crocifisso è Risorto.
Quest’esperienza unica segna tutta la loro vita, essendo realmente un punto di partenza, la nascita della Chiesa che è inviata dal Salvatore ad annunziare in tutto il mondo ed a ogni uomo che la salvezza è possibile.
Giovanni Crisostomo in un commentario alla Prima Epistola ai Corinti, coglie bene ed in modo eloquente quello che era successo nel cuore degli Apostoli una volta convinti della Resurrezione del Salvatore:
<<Come sarebbe potuto venire in mente a dodici uomini, poveri ed ignoranti, che avevano trascorso la loro vita sui fiumi ed i laghi, di intraprendere un’opera siffatta? Forse essi non erano mai entrati in una città o in una pubblica piazza ed allora come venne loro in mente di affrontare il mondo intero? Che siano stati paurosi o spaventati lo afferma in modo chiaro chi ha scritto della loro vita senza dissimulare o nascondere i loro difetti, e questo è garanzia maggiore di veridicità per quello che è stato detto. Si narra che, quando Gesù fu arrestato, dopo aver operato tanti miracoli, tutti gli Apostoli fuggirono. Come si spiega, quindi, che questi, che non avevano saputo resistere ad un gruppo di Giudei, quando Gesù era in vita, ora nel tempo in cui, giaceva morto e sepolto e, conformemente a quello che dicevano i non credenti non era risorto, e quindi non poteva parlare, ricevettero tanto coraggio da Lui da slanciarsi vittoriosi nel mondo intero? Non sarebbe stato sufficiente forse dire: ed ora? Non ha potuto salvare se stesso, come potrà salvare noi? Non è stato in grado di proteggere se stesso, come potrà darci una mano se è morto? Durante la vita non è riuscito a conquistare nemmeno una nazione e noi solo con il suo nome dovremmo conquistare il mondo? Non sarebbe forse una pazzia avventurarsi in una simile opera ma solo pensarla? È evidente, quindi, che se non l’avessero visto risorto e non avessero avuto testimonianza inconfondibile della Sua potenza,, si sarebbero opposti a un siffatto rischio?>>
Partecipando oggi alla Santa e Divina Liturgia in questo giorno luminoso, confessiamo, ciascuno di noi, il profondo legame mistico che esiste tra Cristo Risorto e noi fedeli. Anche se si tratta di un avvenimento unico, la Resurrezione del Signore non appartiene soltanto alla storia ed al passato, ma al presente con la chiamata permanente a rinnovare la vita. I Santi Sacramenti della Chiesa non sono altro che segni visibili della grazia di Dio che riveste le diverse realtà della vita che santifica.
La nostra Arcieparchia ha dedicato questo anno al Santo Sacramento del Matrimonio, con il desiderio di ricordarci l’Insegnamento della Chiesa e di rinfrescare la memoria ai fedeli, ai mariti ed alle mogli, con l’approfondimento dei Santi Misteri, approfondendo il Santo mistero che ha ricevuto il matrimonio religioso.
Il tempo storico che percorriamo chiamato anche della “postmodernità” è caratterizzato da un relativismo e da un soggettivismo acerbo, che rifiuta ogni istanza morale oggettiva nell’ordinamento dei valori e sottopone tutto a convenienze arbitrarie. Questo contesto lascia la sua impronta sulla stabilità della famiglia e sulla mentalità dei giovani che si preparano alla vita di famiglia, considerata e vissuta solamente nella sua dimensione storica, senza riferimenti alla sacralità acquisita attraverso il sacramento del matrimonio. Ora, la nostra fede nella Resurrezione di Cristo fonda proprio il nostro legame con Dio che ci ha scoperto e dimostrato il suo amore con la morte e la Resurrezione di suo Figlio. Noi cristiani affondiamo le nostre radici nel Battesimo, in questa nuova realtà che ci permette di vivere una nuova dimensione in cui la vita è configurata e nutrita dall’amore di Dio. Non possiamo vivere come se nulla fosse successo, ma proprio il fatto che apparteniamo alla Chiesa proclamandoci cristiani, ci obbliga ad un riferimento fondamentale: il legame tra Cristo e la Chiesa. Del resto, questo riferimento si trova alla base del sacramento del matrimonio come la sacra scrittura ci affida nella lettera agli Efesini 5,21-33.
In questi versetti il legame d’amore tra i coniugi è visto nel contesto più largo dell’amore che ha Cristo per la sua Chiesa. Così come Egli ha dato se stesso per lei anche con il suo sacrificio sulla Croce, ha dato la vita alla Chiesa, ossia a noi credenti come l’amore tra i coniugi è l’attualizzazione e la partecipazione a questo dono.
Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il Salvatore (…) E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei (...). Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso(…). Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa (…) Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Il santo Apostolo Paolo dando consigli ai coniugi cristiani, usa i termini di sottomissione e amore come sinonimi per sintetizzare l’atteggiamento reciproco dei coniugi nella vita di famiglia. La sottomissione non presuppone una umiliazione, ma un riferimento ed un’istanza superiore in una gerarchia che ha quale sommità Dio; l’amore non è un compimento egoista di un bisogno, ma piuttosto, un dono totale e gratuito nella stessa linea gerarchica, ma questa volta partendo da Dio verso l’uomo. La sottomissione e l’amore si riferiscono a tutti e due i coniugi nel dialogo della dignità personale che rispecchia l’essenza profonda dell’uomo come immagine che assomiglia a Dio.
Nella prospettiva cristiana, il matrimonio è uno dei sette Sacramenti perché il legame d’amore e di rispetto tra i coniugi è un riferimento, è segno e attualizzazione di un amore globale e totale di Cristo verso la Chiesa. La Chiesa è sostenuta nella storia da questo sacrificio d’amore inconcusso e permanente ed è rispecchiata da tante famiglie degne che vivono la vita nella fedeltà fino alla fine. Per questo, penso, con molta riconoscenza alle famiglie che, pur essendo in difficoltà, non si lasciano schiacciare dal peso della mancanza , ma lottano assieme per uno scopo comune. Nello stesso onore sono anche i coniugi che vanno al di là delle divergenze ed delle difficoltà dovute alle opinioni contrarie, guardando piuttosto al bene comune e al bene dei figli. La Chiesa è la nostra famiglia allargata di tutti e le comunità parrocchiali sono un’estensione della famiglia domestica che vive di fede. Sarebbe desiderabile che la vita nella comunità parrocchiale fosse sempre animata dallo spirito di servizio e di collaborazione sempre stretto tra i fedeli che si sostengono reciprocamente in tutte le gioie e le prove della vita.
          
Amati fedeli,
una comunità disorientata dall’ incredulità dei membri che la compongono è una comunità che soffre. Sono molti i fattori che causano un siffatto atteggiamento, ma ne menzionerei uno in modo speciale: la mancanza di fede o la fede immatura.
Continuando col nostro itinerario spirituale così come ci è suggerito dal testo biblico che ho proposto all’inizio, notiamo la via difficoltosa degli Apostoli nel credere nella Resurrezione. Questa via è sintetizzata e rappresentata dall’atteggiamento dell’apostolo Tommaso che non era presente nella comunità con gli undici quando il Salvatore apparve nella sera dello stesso giorno. Anche se gli si dice con convinzione e trasporto: “abbiamo visto il Signore”(Giovanni,20-25), egli non crede in ciò che gli avevano detto i fratelli, ma desidera convincersi lui stesso di persona: “se non vedrò nelle Sue mani il segno dei chiodi e non porrò il mio dito nel segno dei chiodi e se non porrò la mia mano nel Suo costato non crederò” (v.25.)
L’atteggiamento di sfiducia nel prossimo, negli altri, adombra in modo serio l’autenticità del rapporto umano. Se una famiglia, una comunità ed una società si basano sulla fiducia, questa cresce in modo armonioso ed il rispetto tra gli uomini ne è una conseguenza. In caso contrario, tutto cade in rovina ed il dubbio e la paura dominano nell’animo umano. La società romena nel suo assieme è oggi divisa e l’inimicizia prevale sul dialogo. La sfiducia nasce dalla menzogna e dall’ingiustizia ed è alimentata dall’interesse proprio o di gruppo. Come atteggiamenti in sé questi sono stridenti per una società che si definisce cristiana e sono contraddetti dall’esperienza della fede autentica.
Dopo altri otto giorni, nella Domenica seguente, quando gli apostoli erano di nuovo assieme, Gesù si mostra di nuovo alla comunità ed invita Tommaso a credere ed a convincersi come lui si aspetta Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. (v. 27). Questa volta assistiamo ad un’emozionante e profonda professione di fede, testimoniata dall’apostolo sorpreso e convinto: “Mio Signore e mio Dio!” (v. 28). Questa testimonianza di fede permette al Salvatore di definire una nuova beatitudine destinata ai lettori della Bibbia: “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (v.29).
La fede è mediata dalla testimonianza degli Apostoli e dalla continuità della Chiesa, non è il frutto della esaltazione religiosa o psicologica, ma è piuttosto una vittoria di Gesù Risorto sui dubbi degli scettici e dei non credenti. Dimostrazione eloquente della Resurrezione di Gesù è la comunità cristiana riunita nella Chiesa in ogni Domenica e nelle feste dell’anno. Perciò vi esorto paternamente a ricordarvi sempre del giorno del Signore onorandolo con la partecipazione alla Santa Liturgia e coltivando un atteggiamento fraterno basato sulla fiducia testimonianza importante nell’apostolato e nella società è l’esempio personale e comunitario che possono avvicinare un numero maggiore alla fede e alla Chiesa.
Con questi pensieri, amati figli spirituali, accompagno ciascuno di Voi delle Vostre famiglie e dei Vostri cari nella preghiera. Mi avvicino con compassione agli ammalati e sono accanto a quelli che sono soli.
Auguro a tutti Voi feste sante e benedette dono celesti scelti e piena gioia nel Signore Gesù risorto dai morti.
Cristo è risorto!
          
          
Traduzione in italiano: Prof. Giuseppe Munarini
+ PF Lucian Mureşan, Arhiepiscop Major

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