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Anno: 2017

Evento: Avvenimento storico-culturale religioso presso l’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica in Venezia

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Romania: l'eredità della persecuzione anti-cristiana. Intervista con Mons. Florentin, vescovo di Cluj-Gherla

Romania: l'eredità della persecuzione anti-cristiana. Intervista con Mons. Florentin, vescovo di Cluj-Gherla

La persecuzione contro la comunità greco-cattolica in Romania non ha uguali nella storia del XX secolo. Prima dell’introduzione del comunismo, nel 1948, la Chiesa greco-cattolica aveva circa 1,5 milioni di membri. Dopo 50 anni di dura persecuzione, questo numero è sceso oggi a circa 700.000.
In collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre, Mark Riedemann ha intervistato per Where God Weeps(Dove Dio piange) il vescovo della diocesi di Cluj-Gherla, in Romania, monsignor Florentin Crihalmeanu.
          
In Romania ci sono due grandi tradizioni cattoliche: quella greco-cattolica e quella cattolica romana. Lei è il vescovo greco-cattolico di Cluj. Può descrivere la tradizione greco-cattolica nel suo Paese?
Mons. Crihalmeanu: Dobbiamo tornare indietro nella storia. Ci fu una parte della Chiesa ortodossa che è tornata in comunione con Roma. Questa è una realtà parziale dell’esistenza dei greco-cattolici. Ciò spiega perché abbiamo questa tradizione cattolica, il rito bizantino diverso da quello latino, assieme ad altri riti tipici delle Chiese cattoliche orientali. Questa diversità deriva dal fatto che abbiamo accettato i quattro punti che erano all’origine dello scisma del 1054. Abbiamo accettato questi punti così come li menziona la dottrina cattolica: la supremazia del Santo Padre, il Filioque, il Purgatorio e la transustanziazione nell’Eucaristia. Il Concilio di Firenze stipulò nel XV secolo che se avessimo accettato questi quattro punti, saremmo stati in piena comunione con Roma, sebbene mantenendo la nostra tradizione bizantina: sacerdoti sposati, calendario diverso, paramenti liturgici diversi e così via.
          
La Chiesa greco-cattolica ha sofferto tantissimo durante il periodo comunista in Romania. Perché i comunisti hanno preso di mira in particolare la vostra Chiesa dopo il 1948?
Mons. Crihalmeanu: Dobbiamo tornare indietro all’anno 1946 e alla persecuzione in Ucraina. I comunisti arrivarono al potere in Romania nel 1945. Il primo ministro di quell’epoca, Petru Groza, fece con la nostra Chiesa in Romania, esattamente quello che aveva fatto Stalin con i greco-cattolici in Ucraina. All’inizio lanciarono una campagna contro il Vaticano e contro i cattolici, etichettandoli come un potere straniero, un potere imperialista che approfittava del paese. Così iniziarono a chiudere le scuole e i monasteri e confiscarono tutte le proprietà della Chiesa. È stata una campagna apertamente contro i cattolici. L’1 ottobre i comunisti convocarono quello che chiamarono un “sinodo” del clero, dicendo che si trattava di un incontro per rivalutare l’unione con Roma.

          
...con l’intenzione di rompere l’unione con Roma?
Mons. Crihalmeanu: Esattamente. Fu definito un ritorno alla Chiesa madre ortodossa. Ma dal nostro punto di vista il Sinodo non era valido perché non vi andò nessun vescovo ed alcuni dei sacerdoti che vi partecipavano, una volta resisi conto di quello cha stava succedendo, se ne andarono.
          
Questa resistenza ha fatto piombare la Chiesa greco-cattolica in una terribile persecuzione?
Mons. Crihalmeanu: Proprio così. Successivamente dissero che tutti i cattolici sarebbero diventati ortodossi e l’1 dicembre decretarono la dissoluzione e l’esproprio di tutte le istituzioni e proprietà greco-cattoliche. Il metropolita e l’episcopato, come tutti i monasteri, furono dissolti e posti sotto il controllo della Chiesa ortodossa. La questione successiva è stata la divisione dei beni della Chiesa greco-cattolica: le scuole cattoliche furono poste sotto il controllo del ministero della Pubblica Istruzione, mentre le proprietà ecclesiastiche furono poste sotto il ministero delle Politiche agricole. Quello fu il momento della fine.
          
La sua famiglia ha sofferto personalmente della persecuzione?
Mons. Crihalmeanu: No, non l’abbiamo sentita. Siamo cresciuti in questo ambiente. C’erano cose che non potevamo dire e cose che non potevamo fare. Per esempio, mia madre – il focolare della fede nella nostra famiglia - sapeva che qualcuno, la polizia segreta, ci stava controllando. Mia madre una volta fu citata a comparire in quella che noi chiamavamo la Stanza 13, dove fu interrogata: “Ti rendi conto di quello che stai facendo con i tuoi figli e la loro educazione? Non potranno più andare in chiesa”. Mia madre era forte e non aveva paura. Rispose: “Hai figli?”. La persona che la interrogava le disse di sì. Allora mia madre replicò: “Non metto in questione come Lei educa i suoi figli, quindi non mi dica come devo educare i miei”. La polizia non la chiamò più. Sapeva però, che non poteva andare troppo oltre. Mio padre era direttore di una ditta e per continuare occupare questa posizione doveva diventare membro del partito comunista. Quindi non poteva assolutamente andare in chiesa.
          
La Chiesa greco-cattolica è stata liquidata e i vescovi e il clero mandati in carcere. Uno di quelli che ha sofferto di più è stato padre Tertulian Langa, che lei lo conosce bene. Direbbe che dopo questo periodo di dura persecuzione, padre Langa stia vivendo le parole: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”?
Mons. Crihalmeanu: Voi sapete che la storia di padre Tertullian è una vicenda molto forte. Ci sono limiti alla sofferenza che possano essere superati solo dalla fede. Padre Tertullian dice: “la fede può trascendere le limitazioni dello spirito umano non solo fisicamente ma anche nella profondità spirituale di capire l’altra dimensione di Dio. Quando si capisce che Dio è amore e che Egli lo dona gratuitamente - specialmente nei momenti più difficili della vita - e ci dà la grazia di essere forti per affrontare le nostre sofferenze, allora ci si avvicina a Dio. C’è una comunione con il divino. Chi l’ha fatto e perché l’ha fatto diventa una questione di nessuna importanza. Questo è il motivo per il quale le prime parole dei perseguitati, dopo essere stati rilasciati dai loro persecutori, sono state: “Perdoniamo e non ci interessa a conoscere questi persecutori. Loro erano strumenti. Ciò che hanno fatto, di certo non era una buona cosa ma a noi non interessa cercare vendetta. Non vogliamo assecondare questo male”. Tertullian porta i segni della persecuzione fisica, che sente ogni giorno, eppure dopo tutto questo è ritornato alla vita della Chiesa come se nulla fosse. Lui cerca di essere un normale servitore di Dio e ora sta completando la pubblicazione delle sue memorie. La sua storia è molto interessante e vengono alla luce la sua forte fede e il legame con Dio.
          
La versione integrale dell’intervista è disponibile al seguente indirizzo: 
http://www.zenit.org/article-33852?l=english

www.zenit.org

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