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Evento: La festa d'arte culinaria nella parrocchia Roma Nord

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Un prete romeno a Crema, Padre Viorel Flestea della Chiesa greco-cattolica

Un prete romeno a Crema, Padre Viorel Flestea della Chiesa greco-cattolica

In questo servizio della serie prevista in occasione dell’Anno Sacerdotale, indetto da Benedetto XVI proponiamo una novità di rilievo. Incontriamo infatti padre Viorel Flestea, un presbitero della Chiesa Romena greco-cattolica, unita con Roma, che ha preso residenza in città. Seguirà i suoi connazionali presenti nel territorio cremasco, celebrerà la liturgia nella chiesa della Madonna di Lourdes, presterà servizio presso la Caritas e verrà a far parte del presbiterio cremasco, restando comunque incardinato nella sua diocesi originaria di Oradea, una pittoresca cittadina a nord-ovest della Romania, a circa 10 chilometri dal confine ungherese.
Di 29 anni, consacrato da tre, padre Viorel ha studiato e ottenuto la licenza in Storia dell’Impero e della Chiesa Bizantina, preso il Pontificio Istituto Orientale di Roma nella Facoltà di Scienza Ecclesiastiche Orientali. Secondo la tradizione orientale, è sposato, con un figlio.
“La mia presenza a Crema – afferma – è il frutto della collaborazione tra il mio vescovo Virgil Bercea e il vostro mons. Oscar Cantoni. Il motivo è per seguire pastoralmente i fedeli romeni che vivono nel territorio cremasco”.
Solo della diocesi di Crema?
“Per il momento sì, poi se sarà necessario, mi sposterò”. Del resto non è ancora nota la consistenza numerica dei romeni nel Cremasco.
Ma non è tutto. Arrivando a Crema padre Viorel è stato incaricato dal vescovo Oscar di collaborare presso la Casa di Carità per l’accoglienza degli immigrati, soprattutto romeni, in veste di mediatore interculturale. Come dire: la persona giusta al posto giusto. In ragione di tale servizio verrà anche inserito nel sistema del sostentamento del clero. “Con don Francesco Gipponi – aggiunge – dovrò ora organizzare i tempi e le modalità del mio servizio pastorale in Caritas, per essere pienamente operativo”.
La diocesi gli ha messo a disposizione la chiesetta di Lourdes per la celebrazione domenicale della Messa in rito greco, per i fedeli romeni … “ma sono invitati tutti gli altri”, aggiunge padre Viorel. Alla sera alle 16, sempre la domenica, la celebrazione del Vespro. “Nei giorni feriali posso concelebrare in rito latino. Solo concelebrare, perché per presiedere la messa latina dovrei avere l’autorizzazione al bi-ritualismo. Anche in Oriente è entrata la tradizione dell’Eucarestia quotidiana, ma anticamente non era così, tanto è vero che i vecchi libri liturgici in greco, riportavano solo le letture domenicali”.
In Oriente persiste un alto senso della liturgia. “Noi la chiamiamo divina liturgia – spiega padre Viorel. La domenica, partecipare alla divina liturgia è la cosa più sublime che un cristiano possa desiderare. È tutta cantata (speso s’unisce anche l’intera assemblea) e – data la sua origine monastica – è ricchissima di simboli che percorrono tutta la vita di Cristo a partire dalla natività fino al sacrificio e alla risurrezione. Usiamo la lingua romena, lo slavo è stato sostituito circa 250 anni fa, e il popolo ci capisce”.
Ma da voi la gente va in Chiesa?
“Il popolo romeno è simile a quello polacco, è molto credente e quindi c’è ancora una forte partecipazione”.
Nella cultura e nella tradizione orientali il prete è prima di ogni altra cosa un uomo di preghiera. Anche se si dedica pure ad altre attività, tra cui l’oratorio e la catechesi. In Occidente prevale invece l’immagine del sacerdote pastore ed educatore. “Celebriamo anche noi la liturgia delle Ore – racconta p. Viorel – secondo l’Orologhion, che è un testo molto più consistente del breviario latino: con preghiere composte da salmi e preghiere per i santi del giorno, secondo il calendario bizantino”.
Insomma padre Viorel ha una sua ricchezza da portare alla nostra Chiesa cremasca occidentale. “Io – afferma non mi propongo di insegnare niente a nessuno, ma con la mia presenza e la tradizione nella quale sono stato educato, vorrei aprire una prospettiva su ciò che vuol dire l’Oriente cristiano, perché la conoscenza reciproca non può che arricchire qualsiasi persona, sia sacerdote, sia fedele”. Così da respirare a due polmoni, come diceva papa Woytjla.
Nella liturgia e nella spiritualità orientali, ad esempio, l’icona ha un posto speciale. “Nel modo di guardarla c’è una differenza tra l’Oriente e l’Occidente, spiega padre Viorel. L’occidente guarda l’icona come un segno, l’Oriente come un simbolo. Il segno è un semplice richiamo mentale, il simbolo è una presenza mistica e per questo in Oriente il loro culto è molto importante: le icone si baciano, davanti alle icone ci si inginocchia”.
Ma c’è un’alta particolarità nella vita dei sacerdoti d’Oriente che suscita maggiore curiosità. Secondo il rito greco, padre Viorel è sposato e ha un figlio. In settimana andrà in Romania per portare a Crema la famiglia e stabilirsi definitivamente in un appartamento di via Crocefissa di Rosa. Gli chiedo qual è l’autocompresione della loro consacrazione a Cristo, diversamente da noi preti celibi.
“Il sacerdote – spiega – è un uomo consacrato a Cristo, al servizio della Chiesa. Però la Chiesa orientale ha seguito la consuetudine di permettere ai sacerdoti di sposarsi. Fin dai tempi antichi si sono consolidate due tradizioni: quella della Chiesa orientale e quella della Chiesa occidentale, anche quando erano ancora unite. Non è una distinzione di fede, ma di diritto canonico. Anche le Chiese orientali in unione con Roma seguono il diritto canonico orientale”.
Ma la consacrazione? “La consacrazione c’è anche senza essere celibe: le famiglie dei sacerdoti hanno la coscienza di una sorta di consacrazione comune, in quanto il sacerdote svolge il suo ministero appoggiato dai propri familiari. Quindi la famiglia del sacerdote è un modello per tutte le altre famiglie cristiane.
Per questo motivo in Oriente il candidato al sacerdozio deve sposarsi prima di diventare diacono perché anche la moglie accetta in piena consapevolezza di condividere la vita consacrata di suo marito, futuro sacerdote”.
Insomma, si consacra anche lei? “Non proprio, ma qualcosa c’è. Da noi infatti, la moglie del prete ha un nome particolare: se lui è chiamato “preot”, lei viene chiamata “preoteasa”.
Due altre domande a padre Viorel prima di chiudere. Quasi obbligate.
Innanzitutto cosa ci sa dire dell’ecumenismo con la Chiesa ortodossa?
“Io credo che l’ecumenismo sia un cammino e una strada da fare con spirito e cuore aperti. E con un’apertura verso una sempre migliore conoscenza reciproca. L’ecumenismo non vuol dire annullare le individualità e le specificità delle Chiese, ma vuol dire fare camminare sulla strada della carità e dialogare nella ricerca di quell’unica verità che è Cristo”.
La seconda domanda sui romeni:
Sanno della tua presenza e diventerai un punto di riferimento e di sostegno per loro?
“Certo, in Italia la comunità straniera più numerosa è proprio quella romena. I loro bisogni sono tanti e io cercherò di rendermi disponibile e utile per andarli incontro”.
Ma perché i romeni sono venuti così tanti in Italia?
“Dopo la caduta del Comunismo, i problemi sociali sono aumentati e così tanta gente si è trovata senza lavoro. Molti, ancora giovani, hanno preso la strada dell’immigrazione in vista di guadagnare uno stipendio onesto per vivere e portare avanti le proprie famiglie. È gente buona e laboriosa. Molti, quando la situazione migliorerà, torneranno in Romania”.
Benvenuto padre Viorel!
Giorgio Zucchelli

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