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Anno: 2019

Evento: ll Sacramento dell'Unzione degli ammalati nella Parrocchia Araceli di Vicenza

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Il pellegrinagio della parrocchia Flaminia-Euclide (Roma Nord) alla Montagna Spaccata dal Cristo, Santuario della „Santissima Trinità”

Il pellegrinagio della parrocchia Flaminia-Euclide (Roma Nord) alla Montagna Spaccata dal Cristo, Santuario della „Santissima Trinità”

Scendeva una pioggia fine nel pomeriggio di Domenica 20 Gennaio 2013, quando i fedeli della Parrocchia di padre Serafim Vescan Iulian erano pronti a partire nel primo pellegrinaggio del nuovo anno. Il tempo avverso ha poca importanza quando nel tuo cuore e nella tua mente alberga Dio e, la Comunione al Corpo ed al Sangue di Cristo che hai ricevuto pochi minuti prima nella Santa Liturgia, ti riempie di gioia infinita.
Niente ha potuto impedire così ai fedeli di riunirsi in un numero così grande - 75 persone - e di occupare un torpedone a due piani. La pace e la luce che riscaldavano gli animi, il fatto di essere ancora assieme, ma anche il pensiero teso verso questa attesissima nuova avventura cristiana, si opposero al freddo dell’esterno. Inoltre, la fede purificatrice come l’acqua, mondò i peccati e trasformò la pioggia da avversaria in benedizione. Il viaggio fu molto piacevole e si svolse sotto il segno dell’amore e dell’armonia infuse da padre Serafim, guida spirituale della nostra comunità.
„Cu cântare de mărire mergem azi la mănăstire” [Con un canto di gloria, andiamo oggi al monastero] si intonò intonato in coro, assieme ad altri canti e preghiere. Fu anche fatta una presentazione del luogo in cui andavamo, e questa fu la ragione per cui le due ore di viaggio trascorsero come se non ce ne fossimo accorti.
Una volta giunti al Santuario, fummo accompagnati da un monaco benedettino che ci descrisse con molta ispirazione quello che avremmo visitato.
Nel Parco regionale del Monte Orlando della città di porto Gaeta, una zona in provincia di Latina, accanto a lavoro dell’uomo si può ammirare anche quello di madre-natura ossia il Monte Spezzato.
La leggenda narra che il terremoto che colpì Gerusalemme, quando Gesù spirò sulla Croce, si rifletté anche in questo luogo, spezzando un monte intero. Secondo la Sacra Scrittura, il terremoto successe esattamente nel momento in cui “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono” (Mt 27,51).
Il Monte Spezzato fa attualmente parte del Santuario della Santissima Trinità, è soprannominato anche Santuario del Monte Spezzato, edificato dai Monaci Benedettini nell’XI secolo.
Nella parte destra del Santuario, attraversando dapprima il corridoio lungo il quale c’è la Via Crucis, si può scendere nella prima fessura lungo una scala molto angusta - ma e proprio qui c’è il mistero, con 35 gradini sospesi tra il cielo ed il mare e che portano alla cappella del santuario.
Nella parte sinistra del santuario, esiste un’altra scala, che con 225 gradini, essa porta sino a giù, alla grotta del mare.
Inizialmente, la scala che conduceva alla cappella, era costruita di barre di ferro che così ti permettevano di guardare il mare che sotto ondeggiava. La scala attuale è costruita di pietra e risale ai tempi di re Ferdinando II. Sulla sommità della scala, si trova la Cappella del Crocifisso, costruita con i pezzi di pietra staccatesi in seguito all’apertura del monte, ad un’altezza di 30 metri sul livello del mare. La Cappella risale alla prima metà del secolo XV e, dal tetto, si possono ammirare le fenditure ed il mare.
San Filippo Neri si deve annoverare tra i santi che visitarono e non una sola volta, la Cappella del Crocifisso, sin dal tempo in cui non era che un semplice pellegrino. Proprio ai piedi di questo Crocifisso, prese anche la decisione di rinunziare alla sua vita e di dedicarsi completamente a Dio. Siccome indugiava ai piedi di questo Crocifisso sino a tardi a pregare ed a meditare, il pezzo di pietra su cui soleva riposarsi fu chiamato, più tardi, “letto di San Filippo”.
Questo santuario ha rappresentato, lungo i secoli, un luogo di preghiera non solo per numerosi Pontefici, tra cui il Beato Pio IX, ma anche per sovrani e di principi. La scala a sinistra del santuario, costruita nel 1957, permette di discendere i 285 gradini, e di raggiungere il mare, dove si può ammirare l’imponenza e la bellezza della “Grotta del turco”, così chiamata perché, per 60 anni, tra l’846 e il 915, quando i pirati furono vinti in battaglia dagli abitanti di Gaeta, quest’apertura servì loro come loro nascondiglio. Nottetempo essi uscivano e depredavano il litorale.
Se scendiamo lungo le scale, non può sfuggire allo sguardo un’impronta scolpita sulla roccia e cioè la “mano del turco”. Secondo una leggenda, ad un turco infedele si chiese di toccare con la mano la rocca: in quel momento, la parete montuosa si ritirò sotto la sua mano, lasciando impressa per sempre la sua impronta. Tra le sporgenze e le e le rientranze delle pareti montuose, da una parte e dall’altra, si può osservare una straordinaria coincidenza nel senso che, se queste dovessero chiudersi nuovamente, si sovrapporrebbero quasi in modo perfetto.
Il Monte Spezzato ha popolato sempre anche la fantasia delle generazioni che hanno abitato quel luogo lungo i secoli, divenendo fonte di innumerevoli favole e leggende.
Tra le importanti figure che sono passate sulla via del Monte Spezzato si ricorda anche la regina Margherita di Savoia con l’erede, il principe Vittorio Emanuele, si recò nel sacro luogo, in una delle sue passeggiate alla fine del XIX secolo. Tra le rocce, si può osservare, anche oggi, una lapide, quale testimonianza storica di quest’avvenimento.
Nonostante lo sforzo, non proprio da sottovalutare, che abbiamo dovuto fare salendo, al ritorno, quei 285 gradini, anche se il fisico ha un po’ ingannato le nostre aspettative, ci siamo elevati spiritualmente, cantando “Fecioara la munte” [La Vergine al monte, conosciuta in italiano come “È l’ora che pia”] ed ammirando per l’ultima volta il sublime spettacolo della natura da questo luogo che avremmo dovuto lasciare con rimpianto. Le immagini già scorrevano nelle nostre menti: delle rocce sì levigate sia dalla carezza delle onde del mare sia dal tocco delle mani dell’uomo, lungo tanti secoli, con lo sguardo spaventato, ma nel contempo affascinato sul mare, quando ti trovi sospeso su di esso ad un’altezza di circa 50 metri, cosa che ti fa sembrare, forse, un piccolo Dio…
Sulla via del ritorno verso casa, la stanchezza cercava di far capolino, ma la soddisfazione che sentivamo tutti fu in grado di vincerla. Naturalmente, non mancarono le preghiere di ringraziamento al Signore e neppure i bei canti, tra cui, tra l’altro, „Cu cântare de mărire ne-ntoarcem din mănăstire”.[Con un canto di gloria ritorniam dal monastero].
Alla fine del viaggio, abbiamo fatto, al microfono, uno scambio di impressioni sul pellegrinaggio, ma anche una valutazione sui valori etici, culturali e spirituali dei partecipanti, constatando con gioia come tra di noi esistano la collaborazione e il dialogo costruttivi. Non si poteva non gettare uno sguardo sul prossimo futuro, con l’annunzio dei due pellegrinaggi seguenti: quello di Padova, ove ha luogo l’incontro annuale dei Romeni d’Italia, e poi quello di Firenze.
La carica spirituale, la profondità e l’immensità di questo sacro luogo fecero sì che anche questo pellegrinaggio fosse una meravigliosa esperienza che, con certezza, avrebbe illuminato le nostre menti e sfiorato le nostre anime almeno per un buon tratto di tempo, da quel momento in poi.
          
Traduzione in italiano: prof. Giuseppe Munarini
Olga Popa

 

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