Română | Italiano
HomeNotizie201516 Aprile: Le catene benedette di monsignor Ioan Plocaru
Archivio foto
Anno: 2019 » Evento: La festa d'arte culinaria nella parrocchia Roma Nord » Titolo: 11580.jpg

Anno: 2019

Evento: La festa d'arte culinaria nella parrocchia Roma Nord

Titolo: 11580.jpg

Notizie

Le catene benedette di monsignor Ioan Plocaru

Le catene benedette di monsignor Ioan Plocaru

Le sterili lamentazioni non spostano una virgola nei destini dell’umanità, eppure bisogna constatarlo: in tempi di martirio, libri di martiri escono dai cataloghi, proprio mentre quelli di illustri politici vengono acquistati in migliaia di copie da affaristi di dubbia onestà. Spiace non trovare più in commercio un libro importante, pubblicato in italiano solo due anni fa e comparso allo scopo di colmare un vuoto nella percezione che l’uomo occidentale medio ha non solo della storia del comunismo, ma del martirio cristiano in esso: “Catene e terrore. Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania”.
Il vescovo in questione è Ioan Ploscaru, e il presente articolo si ripromette di valere tanto da appello alle Edizioni Dehoniane di Bologna perché ne apprestino una nuova edizione, quanto da presentazione della sua storia in un tempo, come il nostro, in cui la testimonianza cristiana si fa sempre più scomoda, giungendo in più luoghi fino all’effusione del sangue.
Intano, che cos’è una chiesa cattolica orientale, o greco-cattolica? È, in estrema sintesi, una chiesa di liturgia bizantina che riconosce l’autorità del Papa. Sono fedeli ortodossi tornati in piena comunione con Roma. La Chiesa greco-cattolica romena, nella fattispecie, si era separata dalla Chiesa ortodossa tornando fedele a Roma nell’anno 1700 (sinodo di Alba-Iulia), mantenendo l’originale liturgia bizantina ed i canoni orientali ma riconoscendo con gli antichi padri che ubi Petrus, ibi Ecclesia, ubi Ecclesia, ibi Christus - dove è Pietro, là è la Chiesa, dove è la Chiesa è Cristo. Da allora e per quasi due secoli il suo ruolo nello sviluppo dell’identità romena era stato determinante: da Blaj, città della Transilvania nota come la “piccola Roma”, si erano diffuse le scuole in cui si insegnava a leggere e scrivere in romeno con l’alfabeto latino (non dunque in cirillico, fino ad allora in uso), mentre la riscoperta delle radici latine della nazione riceveva impulso dagli studi di scrittori, chierici e teologi greco-cattolici della cosiddetta “Scuola Ardeleana”.
Avrebbe senso oggi dare la vita per restare cattolici, quando un malinteso ecumenismo ci fa propendere per l’idea che tutte le chiese si assomiglino e che per salvarsi, in fondo, non conti nemmeno credere in Dio? Occorre che ognuno di noi si ponga questa domanda prima di calarsi nella vicenda autobiografica di un vescovo romeno e della sua chiesa all’indomani della sua messa al bando ad opera di un regime ateistico. A questa scelta furono chiamati infatti 6 vescovi, circa 1800 sacerdoti e 2 milioni di fedeli a partire dal 1° dicembre 1948, quando detta Chiesa venne abolita dal governo della Romania “liberata” dai sovietici.
La distruzione della Chiesa greco-cattolica romena era stata decretata a Mosca per volontà di Stalin in persona, ossessionato dall’idea che le “divisioni del Papa” costituissero l’unico vero ostacolo al trionfo del comunismo. Come già in Ucraina due anni prima, il clero e i fedeli greco-cattolici sarebbero dovuti passare forzosamente all’ortodossia, pena il carcere o la morte. E il nuovo patriarca ortodosso romeno Iustinian Marina si rivelò solerte collaboratore del regime (anche di questo andrebbe tenuto conto in sede di dialogo cattolico-ortodosso, al fine di giungere ad una vera riconciliazione basata su una memoria condivisa).
Già a partire dall’estate del ‘48 si verificarono i primi arbitrari arresti, i primi interrogatori, le prime vessazioni. Ma nessuno dei vescovi accettò di rinnegare la propria fedeltà al Papa, la propria fede e in ultimo la propria coscienza. Tutti furono prima blanditi con prospettive di carriera in seno alla Chiesa ortodossa (a monsignor Aftenie - poi ucciso sotto tortura - fu prospettato, in caso di passaggio all’ortodossia, lo stesso titolo di Patriarca di Bucarest), quindi imprigionati in carceri di sterminio come quelli di Sighet, Pitesti o Gherla, dove molti trovarono la morte e vennero sepolti in fosse comuni perché di loro non restasse traccia: come il vescovo Ioan Suciu, morto di stenti a Sighet il 26 giugno del ‘53, o Alexandru Rusu, che morì nella cella sotterranea n. 10 del carcere di Gherla nel maggio del ‘63. I loro processi di canonizzazione sono ancora in corso.
Ioan Ploscaru fu un vescovo di seconda generazione, ordinato in clandestinità quando la scure della persecuzione si era già abbattuta sui cattolici orientali. In “Catene e terrore” ripercorre lucidamente, con animo pacificato, i quindici anni trascorsi nelle prigioni comuniste e quelli in libertà condizionata, vissuti da sorvegliato dei servizi di sicurezza fino al 1989, quando la Chiesa è uscita dalle catacombe e ha riacquistato diritto d’esistere. Ripercorrere con lui il suo calvario, seguirlo attraverso pagine che espongono la nuda verità di una testimonianza senza rancore ma anche senza eufemismi, è l’occasione per accostarsi insieme a una storia misconosciuta e all’esempio di uomini integri. Si apprendono lezioni sulla libertà di coscienza che non finiscono di essere attuali, specie per un cattolico, specie nella palude del conformismo attuale:
«In realtà la libertà è molto relativa, diversamente concepita, definita e sperimentata. Dal punto di vista spirituale, noi prigionieri eravamo più liberi di coloro che erano fuori. Noi non abbiamo portato uno striscione senza volerlo e mai abbiamo pronunciato slogan in cui credevamo! Quelli di fuori, per salvare non la loro libertà, ma il lavoro, il cibo e le relazioni, a volte avevano sacrificato le convinzioni e gli ideali di vita. Qual è allora la grande libertà? La vera libertà? In prigione potevamo opporci a ciò che ci veniva detto. Chi è ridotto agli estremi è povero, e il povero veste i panni di colui che è felice. “Mille cavalieri non possono depredare un uomo nudo».
Esiste forse un manifesto più limpido della libertà spirituale, cioè dell’autentica libertà? Il vescovo incarcerato conviene con l’Amleto di Shakespeare che si può essere confinati in un guscio di noce e sentirsi re dello spazio infinito, se non si fanno cattivi sogni. Ma non vi sono cattivi sogni per chi, pur massacrato, riposa “nella la pace di una coscienza pulita, nell’abbandono alla volontà divina”. Ancora: «Grazie alla preghiera l’anima fortificava il corpo, lo illuminava e gli elargiva il potere di resistere, di sopportare, di affrontare la sofferenza, la solitudine, la fame, l’isolamento. Benedetta sia la preghiera che ci avvicina al Creatore, fonte suprema di vita e di felicità!».
Nel carcere di Sighet, anche Ploscaru fa esperienza della famigerata “cella nera”, loculo senza finestre in cui il detenuto restava incatenato e denudato nella più completa oscurità. In essa, per non impazzire, il vescovo prega e comincia a comporre versi che, nell’impossibilità di scrivere, ripete costantemente per memorizzarli. Li avrebbe pubblicati molti anni dopo, assieme a questo sconcertante libro di memorie, nel quale siamo messi a parte delle più svariate tecniche di tortura attraverso cui gli illuminati adepti del marxismo-leninismo intendevano forgiare l’uomo nuovo: bastonature alle piante dei piedi con una sbarra di ferro, battiture con un sacchetto di sabbia, isolamento in celle senza riscaldamento dove l’acqua giungeva alle caviglie.
E poi l’esperimento carcerario di Pitesti, che Ploscaru ha vissuto per breve tempo e che Solzenicyn stesso, uno che di gulag s’intendeva, definì l’esempio di barbarie più tremenda del mondo contemporaneo. In esso la rieducazione avveniva per mezzo di umiliazioni volte a cancellare ogni traccia di identità e dignità umana nel soggetto: si era costretti a mangiare le proprie feci, vedersi urinare in bocca dai carcerieri, partecipare a parodie blasfeme della messa e a dichiarare di aver praticato atti sessuali aberranti coi propri genitori.
Esperienze che vengono portate in luce senza indulgere gratuitamente al particolare morboso, o macabro, ma che non possono essere taciute, nonostante qualche benpensante di sinistra possa trovare sconveniente il fame memoria. E non certo per erigere ulteriori musei degli orrori, ma per attingere forza e speranza dalla tempra di questi cristiani, questi fratelli nella fede: la comunione di santi che ci esorta da ogni tempo e da ogni luogo a non conformarci, a non cedere, a gioire nelle prove. Perché chi disprezza la risurrezione: «Guardando ai lunghissimi anni di terrore, di sofferenza e di supplizio, tutto mi sembra un sogno lontano» chiosa l’autore all’epilogo. «Invece è stata la cruda realtà: ho offerto con gioia ogni attimo, per la libertà della Chiesa e la conversione del mio paese. Gloria a Te, Signore, gloria a Te, per quello che proprio a me hai dato: per le nuvole la tempesta e il sereno nei secoli dei secoli».
A questo doveva servire il libro di Ploscaru, a questo potrebbe ancora servire. Non disperiamo. Il Dio che spezza i gioghi e libera i prigionieri può ben suscitare anche folli imprese editoriali, o almeno la curiosità di approfondire l’argomento nei nostri venticinque lettori.
Elisabetta Cipriani - LA CROCE (Quotidiano)

Per inviare una notizia, si prega di utilizzare questo  formulario.